jeudi 21 janvier 2010

Eric Khoo, Mee Pok Man



Terro' fede ai miei propositi elaborando oggi, con una decina di giorni di ritardo sulle mie intenzioni, la mia personale e rattristata visione sul fenomeno Eric Khoo.
Intendo in questa sede parlare del suo primo lungometraggio che ho avuto occasione di vedere alla sua prima nazionale francese a Parigi, nel contesto di una rassegna dedicata alla filmografia di Singapore e della Malesia (una dozzina di cineasti invitati), la cui visibilità è quanto meno ridotta al di fuori dei circuiti festivalieri.
Il film in questione è Mee Pok Man. Mee Pok significa in Hokkien (antico dialetto di Singapore) "tagliatelle cinesi" e racconta la storia di un gestore di una bettola in un quartiere difficile di Singapore, luogo di raduno di prostitute e dei loro protettori.
E' di una di queste, Bunny, che l'uomo, visibilmente infelice e incapace di comunicare con chi gli sta intorno (tranne che con la foto del padre morto) si innamora segretamente.
Bunny sogna di una vita migliore in Occidente, cedendo alle lusinghe facili e fallaci di un fotografo inglese, e acutizzando cosi' la propria delusione e disperazione.
Fino a quando non viene investita da un auto; il mee pok man la soccorre e la porta a casa sua, credendo di poterla salvare dalle ferite del corpo e redimere con il proprio amore dai peccati di una vita sprecata.
Fino a questo momento il film è toccante, intenso, si sente la grande forza comunicativa di un regista certo alle prime armi ma dotato di sensibilità artistica e influenzato da certo cinema occidentale.
Tralaltro, il tema dell'occidente come catalizzatore dei desideri di una società in difficoltà (Khoo ci mostra volontariamente un'immagine di degrado difficilmente riconducibile a quella di una Singapore sviluppata, pulita e sicura) ritorna spesso come leit-motiv durante tutto il film.
Il film comincia a scivolare dalle mani del regista a partire dalla morte di Bunny durante una scena, l'unica, d'amore con il protagonista: il decesso perdura irrisolto per lo spettatore (personalmente ho pensato ad una stretta troppo focosa che avrebbe causato un'emorragia interna alla ragazza, ma non vorrei scendere in dettagli clinici) tuttavia il parallelo tra la morte di Bunny e quella dell'ispirazione di Khoo parrebbe fin troppo facile.
Da una presa quasi documentaria il regista passa ad una tonalità che oserei definire gore in senso stretto, in quanto possiamo assistere alla successiva decomposizione del cadavere di Bunny, ben installato a tavola sotto la foto del padre defunto, e ad una rocambolesca successione di accadimenti che non menano più a nulla se non ad allungare, o meglio a tirare per le lunghe, una storia che vedevamo già ben conclusa una buona trentina di minuti prima.
Il regista aveva trent'anni all'epoca della realizzazione di Mee Pok Man, il budget era limitato e, a sentire lo stesso Khoo, gli attori hanno dovuto lavorare ininterrottamente per 16 giorni per limitare le spese. La maggior parte delle scene sono state tenute per buone dalla "prima" per lo stesso motivo.
Un film poetico, crudo e idealista al tempo stesso, certamente e per ovvii motivi non l'opera più riuscita del regista che otterrà riconoscimenti internazionali per film che realizzerà in seguito (12 storeys, My Magic).
Unica nota amara: il cineasta Khoo, artista apprezzato da un pubblico dallo sguardo critico amante del cinema d'essai, è diventato un oggetto di massa, propulsato da grandi sponsor e recensito da piume poco attente e ancor meno sottili che hanno fatto della delicatezza di un certo cinema di nicchia un soggetto da bar. Ancora una volta il prezzo da pagare per la notorietà è alto.

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